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Il Circolo Precari del Partito Democratico – circolo on-line fondato nel 2010 e attivo territorialmente a Bologna – propone al Forum Lavoro del PD di Bologna alcuni spunti di discussione e riflessione in vista del Tavolo Tematico sulla Precarietà istituito all'interno del Forum stesso e, soprattutto, dell'imminente Conferenza Provinciale sul Lavoro.
Spunti di riflessione per il Tavolo Tematico sulla Precarietà
e per la Conferenza Provinciale sul Lavoro
Partire dalla Conferenza di Genova
Il Circolo Precari ritiene che le basi da cui far partire la discussione nel PD bolognese risiedano, innanzitutto, nelle enunciazioni contenute sul documento “Persone, lavoro, democrazia”, che ha funto da piattaforma alla Conferenza sul Lavoro di Genova svoltasi nel giugno 2011, e specificamente:
• la dignità del lavoro come questione politica centrale;
• l’idea dell’innovazione progressiva in alternativa a un paradigma di “modernità”, oggi egemone, che finisce sempre con il tradursi in regressione dei diritti del lavoro.
Tra le proposte indicate sotto la dicitura “Progetto Nazionale per l’occupazione giovanile e femminile” il Circolo Precari attribuisce forza innovativa alle seguenti:
• il salario minimo garantito;
• un sistema unitario di tutele fondamentali per il lavoro dipendente e per il lavoro autonomo;
• la retribuzione degli stage;
• la defiscalizzazione, per i primi tre anni di attività, delle imprese avviate da giovani;
• il potenziamento dei servizi pubblici per la conciliazione di lavoro e maternità, nonché l’universalizzazione dell’indennità di maternità.
Riteniamo, invece, che i temi dei contratti precari e della formazione siano affrontati con proposte insufficienti:
• l’enunciato secondo cui il costo del lavoro precario deve essere superiore al costo del lavoro stabile, innanzitutto, delimita il campo d’azione al solo lavoro dipendente; in secondo luogo, in quanto lavoratori che vivono quotidianamente sulla propria pelle la condizione precaria – nonché la crescente scarsità dell’offerta di lavoro – riteniamo che una simile prospettiva potrebbe funzionare per ambiti produttivi di vaste dimensioni (industria, pubblica amministrazione), mentre non vediamo come possa sortire effetti sulla frammentata galassia occupazionale del terziario e della micro-impresa;
• il tema della formazione continua riteniamo sia, ai fini della crescita occupazionale, ampiamente sopravvalutato; in un recente sondaggio da noi svolto a Bologna, su un campione di 200 lavoratori precari, il 72,5% degli intervistati ha affermato d’aver appreso il proprio mestiere in maniera autodidatta o informale; riteniamo, quindi, che sia affatto più urgente ragionare su strumenti di emersione e certificazione nei confronti di questo maggioritario Informal Learning.
Politiche sociali per affrontare la precarietà
La dissoluzione delle tutele, la moltiplicazione delle forme lavorative e la crescita dell’ambito sommerso e semi-sommerso nel lavoro hanno oggi reso insufficiente l’approccio giuslavoristico alla precarietà. Il diritto e la legislazione del lavoro, cioè, non sono in grado di aggredire la precarietà nella sua eterogeneità e nella sua complessità di fenomeno sociale.
Noi riteniamo che il Partito Democratico – in quanto forza politica nazionale, di massa e aspirante al governo del Paese – debba invece avere l’ambizione di affrontare la precarietà nel suo insieme, di essere riferimento per tutti quei 10 milioni di italiani che, per un motivo o per un altro, hanno reddito intermittente e futuro pensionistico incerto. Questo vuol dire che, all’approccio giuslavoristico, dovrebbe affiancarsi anche un approccio di tipo sociologico.
Dunque, se da una parte è necessario mantenere aperto il “fronte” dello scontro politico per ciò che concerne temi come l’Articolo 18 o la concertazione, dall’altra riteniamo si debba andare oltre e intervenire sulla precarietà con delle politiche sociali. Politiche che:
• affrontino, simultaneamente, il lavoro dipendente e quello autonomo;
• includano la galassia delle prestazioni occasionali;
• contribuiscano a far emergere il lavoro sommerso e semi-sommerso.
La politica sociale più urgente: il basic income
I movimenti auto-organizzati di precari che stanno riempiendo le piazze di tutto il mondo pongono, fra le varie rivendicazioni, il tema del reddito di cittadinanza o basic income.
Al di là della terminologia, noi riteniamo sia arrivato il momento di ragionare su un intervento assolutamente alternativo al sussidio di disoccupazione: un reddito garantito dallo Stato attraverso la fiscalità generale, da erogare nei periodi di non-lavoro, analogo a quello vigente nei Paesi del Nord Europa.
Per riflettere su questo “reddito di cittadinanza” noi proponiamo:
• che sia erogato, nei periodi di non-lavoro, a tutti i cittadini in età lavorativa, compresi i lavoratori autonomi e coloro che svolgono prestazioni occasionali;
• che, a differenza del sussidio di disoccupazione, non sia vincolato alla quantità di contribuzione previdenziale versata fino a quel momento;
• che non sia un atto di mera cosmesi sociale; nel quantificare il basic income, riteniamo che infatti occorra tener conto, fra le tante cose, anche del reddito medio pro capite definito dall’Istat;
• che si cominci a studiare il modo di erogare un reddito ai cittadini costretti a lavorare in nero; un percorso – ci rendiamo contro – estremamente arduo, dall’esito incerto e che dovrebbe, altresì, collegarsi al tema dei controlli sul tenore di vita; cionondimeno, pensiamo che si debba e si possa intervenire sulla precarietà cogliendo l’opportunità di scoraggiare e far emergere il sommerso.
Lo scenario europeo e il tema della spesa pubblica
Il tema della continuità di reddito, naturalmente, esclude deliberatamente l’ipotesi di affrontare la precarietà con “riforme a costo zero”.
Più in generale, il basic income si pone nel solco di quella filosofia politica che vede, nei tagli alla spesa pubblica, il problema anziché la soluzione.
Più in generale ancora, quanto detto è parte di un più ampio paradigma post-ideologico che ritiene prioritario, per la sinistra, l’abbandono di utopiche e polverose ideologie quali il liberismo.
Tali argomenti sono stati, peraltro, oggetto di recente dibattito anche presso i vertici del Partito Democratico e, specificamente, in merito alle indicazioni contenute nella famosa lettera inviata dalla BCE al Governo Berlusconi.
Il mutualismo, il problema della rappresentanza
Noi pensiamo che le politiche sociali debbano constare, altresì, del promuovere forme di welfare mutualistico. Servizi sul territorio – di informazione e orientamento – rivolti da precari e gestiti da altri precari. Si tratta di riallacciarsi idealmente – ma con le modalità del XXI secolo – alla fase aurorale del movimento operaio e alla nascita delle Società Operaie di Mutuo Soccorso, che furono particolarmente vitali proprio nei territori dell’Emilia-Romagna.
Infine, il PD deve farsi carico del problema politico e democratico che è situato al cuore della questione precaria: milioni di italiani, oggi, non sono rappresentati dalle “parti sociali”; milioni di italiani, in altre parole, non sono iscritti a sindacati né ad associazioni di categoria. È necessario, allora, che il Partito Democratico inizi a ridefinire il proprio blocco sociale di riferimento dando, tanto per cominciare, voce e spazio ai sempre più numerosi precari che militano nelle sue fila.
Bologna, 16 novembre 2011
Segretario del Circolo Precari PD: Riccardo Paccosi
Comitato Direttivo del Circolo Precari del Partito Democratico: Francesca De Benedetti, Alessio Di Paola, Melissa Costi, Matilde Madrid, Francesca Rossi, Alessandro Scotti
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