Invece lo applaude, questa platea di 120 militanti di quattro sezioni Pd, pardon circoli, ex Ds, ex Margherita, ex niente perché all'impegno sono arrivati con le primarie per Veltroni. Lunedì, a bocce ferme dopo che Dario Franceschini è diventato il segretario di tutti loro, discutono senza sconti su un futuro che due giorni prima ha rischiato di esplodere per beghe di correnti e conventicole, rivalità personali, programmatiche indecisioni, letali silenzi su qualunque scelta non trovasse d'accordo Rutelli e D'Alema, Beppino Englaro e il cilicio della Binetti. Nessuno ne poteva più dei 'ma anche' di Veltroni: neppure quelli (giusto un paio) che stasera gli rendono l'onore delle armi, anche se non se lo aspettavano così fragilino da mollare alla prima botta. A questa base oscillante tra la voglia di sparare sul quartier generale e l'orgoglioso colpo d'ala in vista delle comunali ed europee di giugno, che cosa mai risponderà il 42enne segretario provinciale Andrea De Maria, cui tocca chiudere la serata? Torniamo indietro di un paio di giorni.
Il nostro piccolo viaggio nella riserva indiana del Pd, tra i mal di pancia dei militanti in Emilia e Toscana, era cominciato in modo deprimente al Circolo Arci Bellaria, la sera in cui i pullman dei delegati rientravano dall'assemblea nazionale. Negli scaffali al bar, 'Il Capitale' e tutta la 'Storia del pensiero socialista' del Cole, ai tavoli 300 persone a giocare a carte, i fumatori all'aperto a disquisire di politica: "Con le privatizzazioni ci siamo buttati in pasto agli avvoltoi", ce l'ha il magazziniere; "a Bologna son già tutti cassintegrati", dice il precario di una Coop; "è troppo tardi per tutto", chiude annichilito l'artigiano. La sintesi del dramma in corso la fa un tipo che sentenzia: "Il cavallo è morto domani mattina". Ovvero il partito è già finito, da qui al congresso di ottobre si sotterreranno i resti.
Che il glorioso circolo non sia più lo stesso? E la vecchia base? "Ah, il vizio di dire 'la base'! Io, onesta riformista, mica una gran rivoluzionaria, mi sento parte di un progetto!", attacca alla cucina la signora Letizia. E suona: "Con quel che combinano 'i vertici', son mica meglio di me". Quanto al Circolo, "qua dentro c'è un razzismo da far paura, l'estraneità alla politica è generale, la mentalità berlusconiana è penetrata dappertutto".
Non può essere tutto così nero, non è mica l'8 settembre. Sembrava, ma poi è arrivato Franceschini. Le questioni di linea, le scelte in bioetica e riforma della giustizia, le alleanze, che fare con i brandelli di Rifondazione, come evitare di farsi prosciugare da Di Pietro, è ancora tutto da decidere; ma intanto ci sono le elezioni. E a Bologna i leader incitano a uno scatto d'orgoglio, siamo la Stalingrado del partito, col candidato sindaco Flavio Delbono, con tutta la passione che serve! "Sì, beh, Delbono, un po' freddino. A Teatridivita ci ha appena spiegato che la cultura deve far incassare soldi, come i film di Totò pagavano quelli di Visconti, mah.", chiosa Gregorio Scalise, poeta, Gruppo 63, un pezzo di storia dell'avanguardia, vedere Garzantina, che delle primarie Pd non se n'è persa una. "Mi riesce più semplice parlare alla testa che al cuore: sono ordinario di Economia e fino all'altroieri vicepresidente della Regione, a 49 anni non posso mica sostituirmi il Dna", risponde Delbono quando lo incontriamo, appena sceso dal palco del Carnevale dov'era già accanto al vescovo ausiliario: come chi il sindaco conta di diventarlo al primo turno, contro Guazzaloca e l'ex patron del Bologna calcio Cazzola. Mai avuto incarichi di partito, Delbono, nato con l'Asinello di Prodi e poi Margherita; né risulta frequentasse riunioni e assemblee. La base, per lui, è una scoperta di questi mesi (e viceversa): in forme anche fisiche, dice, "senti la voglia di sfogarsi, toccarti, parlare". Sarà il consenso liquido, alla Bauman, un po' evanescente. "No, conto su un partito solido". Intanto, però, Pd e Comitato elettorale viaggeranno distinti e autonomi. E sul suo primo manifesto il simbolo non c'è. Altrove, nella riserva tosco-emiliana, i rapporti tra il Pd e il suo candidato filano assai meno lisci che a Bologna. Il treno regionale per Prato è pieno di cinesi, in città gli immigrati sono il 12 per cento e i tre quinti delle nascite. Crisi nera, il tessile a picco. E un Pd che prima si taglia la testa da solo e poi se la fa tagliare di nuovo dalla base.
Ambra Giorgi, consigliera regionale, e Virgilio Chiani, coordinatore del circolo Pd di Paperino (Prato sud, il quartiere del film di Nuti) la raccontano così. C'erano un sindaco e un presidente di Provincia al primo mandato. Un discutibile sondaggio li spinge a non ripresentarsi, architettato in riunioni non ufficiali di parte della nomenklatura, gran manovratore Antonello Giacomelli, deputato ex Margherita, presidente nazionale della corrente fioroniana Quarta fase, "che ora nelle foto pare l'ombra di Franceschini". Giacomelli lancia Abati, ex Pci, Ambra e altri ripescano Massimo Carlesi, ex Ds dei cristiano-sociali, ex assessore tornato a fare il direttore di banca. Alle primarie vince lui 55 a 42. E le 30 persone del suo comitato elettorale che incontriamo lunedì pomeriggio sono di nuovo galvanizzate dalla politica. Irritate da "un apparato schiacciato sulle sue fortune" (Francesco), da "Veltroni e D'Alema che si fanno la guerra da quando avevano i calzoni corti, se ne andassero a casa" (Ambra), non suggestionabili da "quei giovani che il partito ha tirato su maluccio, già così burocrati" (Patrizia). E Franceschini? "Speriamo si renda conto di chi ha vicino.", dice Paola pensando al citato Giacomelli. Toscanacci, vogliono toccare con mano.
Treno, cinesi, torniamo a Bologna, è la sera dell'attivo al Bellaria. Sei minuti a testa, intervengono per due ore e mezzo. Cacciare la Binetti che rimpiange il Medioevo, che c'entriamo noi con l'Opus Dei. Ma Rutelli è peggio, lui lo fa per calcolo (Gentile, ex Margherita).
Il bonus è finito, è l'ultima chance (Zenoni, segretario di circolo). Alleanze, aprirsi di nuovo a sinistra, e vera opposizione, non può essere costituente una legislatura in cui Berlusconi domina Parlamento e media (il mitico Davide Ferrari, inventore con Paolo Volponi e da 25 anni direttore della Casa dei pensieri). Appelli all'organizazzione, i circoli devono funzionare, partito liquido un corno, noi le tessere le facciamo, com'è che in altre regioni restano in cantina? Tornare ai comizi in piazza, e togliere l microfono a chi, presa una decisione, va a spiattellare il suo dissenso ai giornali (Marchigiani, ex Ds): "Ma non si chiamava centralismo democratico?", bisbiglia sorridendo in sala la mamma del segretario provinciale De Maria che sta sul palco.
Ecco, alla fine tocca a lui. Vogliono risposte, cosa replicherà? "La fase storica del mondo ci dice che è il tempo del Pd. La crisi dei mercati finanziari. Il pacchetto anticrisi di Sarkozy. I precari. Gli ammortizzatori sociali. La rete di volontariato.". Scruta l'orologio. "Guardiamo a una fase storica lunga.... Decidere anche a maggioranza...". Ora parla svelto. "La laicità. Il Manifesto dei valori.". Dieci minuti, questa è la sede del quartiere, a mezzanotte scatta l'allarme automatico. "Vincere a Bologna è responsabilità nazionale.". All'ultimo minuto, come la scarpina perduta, "l'innovativa proposta dei Bot comunali". Poi, tutti fuori di corsa. Prima che anche il Pd si trasformi di nuovo in zucca.